Tackle

Il mio rapporto con il peso (dello sport)

Le offese non aiutano a trovare la forza per vivere con equilibrio le pressioni agonistiche né la fatica estrema di avere una percezione di sé adeguata alla ricerca continua della perfezione, nella forma atletica e nelle forme estetiche

di Antonella Bellutti

Ho riflettuto a lungo se fosse o meno il caso di affrontare il tema delle denunce delle atlete della ginnastica ritmica. Il dubbio riguardava la prospettiva da cui parlarne: se esprimere un’opinione da ex atleta che conosce il problema o piuttosto portare una testimonianza da ex atleta che il problema lo ha vissuto. E ho deciso di usare questo spazio per raccontarmi, perché non si dica che è il mondo della ginnastica quello sbagliato o che i fatti alla cronaca in questi ultimi giorni sono eccezioni, casi sporadici.

Ero una quattordicenne al primo anno della categoria Allieve e già venivo convocata ai raduni della Nazionale Juniores. Allora, nella mia vita sportiva multidisciplinare, praticavo atletica leggera. Ero una giovane promessa e il peso non aveva ancora assunto i contorni del ‘problema’ quando accadde un fatto che, in un attimo, mi fece comprendere che lo sarebbe diventato.

Un giorno, dopo pranzo, le ragazze con cui condividevo la camerata mi chiesero se volevo accompagnarle al bar. Una di loro prese un cono gelato confezionato: non aveva ancora finito di scartarlo quando, dall’entrata del locale, si distinse in lontananza la figura del Commissario tecnico che avanzava nella nostra direzione. Senza la minima esitazione, la ragazza buttò il cono nel cestino dei rifiuti e si mise a parlare facendo finta di niente. In quel gesto, quasi fosse una premonizione, vidi chiaramente il mio futuro.

Da quel momento si accese la consapevolezza e, con essa, lo smarrimento. Non saprei come a…