di Nicola Sbetti
La scelta del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e della gran parte delle Federazioni sportive internazionali di sanzionare, escludendoli dalle competizioni, gli atleti russi non è certo una novità nella storia. Cambiano le motivazioni, ma è successo ai paesi vinti dopo la prima e la seconda guerra mondiale, al Sudafrica ai tempi dell’Apartheid o alla Jugoslavia nel 1992.
Sebbene oggi sulla vicenda sia sceso un certo velo di oblio, anche l’Italia visse una situazione che presenta diverse analogie con quella attuale. All’indomani della Seconda guerra mondiale, infatti, mentre lo sport internazionale riprendeva con grande rapidità, quello italiano subì invece una quarantena che riguardò sia le relazioni bilaterali sia alcune Federazione internazionali.
Per quel che riguarda le relazioni bilaterali possiamo parlare di un’esclusione silenziosa, perché le istituzioni sportive dei paesi vincitori, legittimamente libere di decidere se intrattenere rapporti con le loro consorelle, all’indomani della seconda guerra mondiale, non ebbero particolare fretta di riprendere gli scambi con un paese vinto. Per tutto il 1945 nessuno, ad eccezione della “neutrale” Svizzera, si rese disponibile a riallacciare le relazioni sportive con l’Italia e anche nel corso del 1946 la ripresa fu lenta e parziale: a gennaio vennero riattivate le relazioni sportive italo-francesi, poi fu la volta di Spagna e Svezia. La firma del trattato di pace nel febbraio 1947 favorì una sostanziale normalizzazione, ma l’ostracismo britannico si protrasse comunque fino alla primavera, mentre i rapporti sportivi con la Jugoslavia restarono congelati fino al 1948 e con l’Unione Sovietica addirittura fino al 1954.
Le similitudini con il presente, però, riguardano soprattutto quello che successe all’interno delle istituzioni sportive internazionali. Certamente allora il contesto era profondamente diverso da quello attuale; si era reduci da un periodo in cui lo sport internazionale aveva perso la propria unità, molte competizioni erano state interrotte e si doveva ripartire. Inoltre il calendario internazionale era assai meno fitto rispetto a quello odierno, le discipline professionistiche non erano così numerose e non esisteva ancora la televisione. Anche in quell’occasione però, almeno in seno al Movimento olimpico, la decisione politica di escludere i paesi vinti venne giustificata con una motivazione giuridica.
Esattamente come nel 2022, al fine di preservare la continuità dell’attività internazionale, le sanzioni contro lo sport russo e bielorusso sono state giustificate con la violazione della tregua olimpica, all’indomani della Seconda guerra mondiale il CIO decise che alle Olimpiadi di St. Moritz e Londra del 1948 sarebbero stati invitati «tutti i Paesi che abbiano un’associazione olimpica nazionale e che siano ammessi a far parte del Comitato Internazionale». Questa formula volutamente vaga e apparentemente neutrale rappresentava in realtà il perfetto compromesso fra le posizioni di chi, specie in Inghilterra, oltre a Germania e Giappone avrebbe voluto escludere anche l’Italia e l’esigenza del CIO di mantenere fede al principio chiave della propria ideologia secondo cui lo sport dovesse rimanere separato dalla politica. Si andò così ad escludere quei paesi come la Germania e il Giappone che, essendo ancora militarmente occupati dagli alleati non potevano ricostruire le proprie istituzioni sportive, senza però condannarli moralmente come era successo all’indomani della prima guerra mondiale ai paesi vinti.
Pur essendo uscita sconfitta dalla guerra, l’aver preservato la propria sovranità e l’aver potuto ricostituire il proprio Comitato olimpico già nell’estate del 1944, permise all’Italia di partecipare, al contrario di Germania e Giappone, ai Giochi del 1948. Anche alla luce di questa partecipazione, nella memoria collettiva degli italiani il ricordo delle sanzioni e delle esclusioni patite dagli azzurri all’indomani della guerra è finito nell’oblio.
Allora come oggi quello sportivo era un mondo estremamente eterogeneo e ciascuna federazione sportiva internazionale aveva la propria autonomia decisionale, come ha dimostrato l’eccellente lavoro di Daniela Heerdt e Guido Battaglia che ha monitorato la diversa risposta delle varie istituzioni sportive internazionali a seguito dell’invasione dell’Ucraina.All’indomani della seconda guerra mondiale, la posizione dell’Italia venne generalmente trattata in maniera separata da quella di Germania e Giappone e il suo destino venne più spesso associato a quello di Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia. Tuttavia ogni federazione internazionale assunse delle posizioni differenti che possiamo provare a categorizzare in quattro macro-tipologie:
- la permanenza indolore
- la permanenza per meriti sportivi
- la permanenza con baratto
- l’esclusione.
Nella prima categoria, quella della permanenza indolore, troviamo molte federazioni fra cui quella di pallacanestro, canottaggio, pattinaggio a rotelle e sci in cui gli “amici” svizzeri erano alla guida o particolarmente influenti e favorirono questo esito.
Nella categoria della cosiddetta permanenza per meriti sportivi, troviamo invece due esperienze particolari, l’automobilismo e la scherma, in cui il peso specifico dello sport italiano era assai elevato. Come scrisse La Gazzetta dello Sport nel mondo dell’automobilismo, anche in considerazione dell’esclusione delle Mercedes tedesche, c’era la consapevolezza che «senza le macchine ed i corridori italiani» le corse in Europa si sarebbero risolte «in un fiasco». Ciò favorì la non esclusione dell’Italia dall’Associazione Internazionale degli Automobil-club Riconosciuti che nel 1946 si sarebbe trasformata in Federazione Internazionale Automobilistica (FIA). Analogamente, nella scherma, dove dal 1920 al 1938 il 92 % delle medaglie era stato vinto da atleti italiani (43 %), francesi (29 %) ungheresi (20 %), il peso specifico sportivo dell’Italia giocò un ruolo ancor più rilevante. Malgrado le responsabilità dei dirigenti dell’epoca fascista rei di aver favorito la nascita di una federazione antagonista durante la guerra, non vennero presi provvedimenti. L’esclusione degli schermitori italiani e ungheresi avrebbe infatti squilibrato troppo le gerarchie mondiali perché potesse essere sostenuta ragionevolmente.
Nella terza categoria rientrano invece quelle federazioni in cui l’Italia riuscì a scongiurare l’esclusione usando la rinuncia alle posizioni di vantaggio acquisite prima della guerra come leva per evitare sanzioni. Il conte Alberto Bonacossa barattò la sua carica di presidente della federazione motociclistica internazionale in cambio della non esclusione dalla stessa. Giovanni Mauro, su consiglio di Jules Rimet, accettò, da vicepresidente della FIFA, un periodo di congedo per assicurarsi che la permanenza della FIGC non fosse messa in discussione.
In diverse discipline però le federazioni italiane subirono una vera e propria esclusione. E se in alcune di esse, come ad esempio nell’equitazione, nel sollevamento pesi, nella vela o nell’hockey su ghiaccio, il rientro avvenne in tempi davvero rapidi a seguito del primo congresso del CIO (settembre 1946), in almeno quattro federazioni questa quarantena anche oltre la firma del trattato di pace. Nel nuoto gli azzurri furono esclusi dall’attività internazionale fino a settembre 1947, ma poterono partecipare ai primi Campionati europei del dopoguerra che si svolsero proprio nell’autunno di quell’anno. Nel pattinaggio su ghiaccio la riammissione arrivò qualche mese prima ma in questo modo gli atleti azzurri furono esclusi sia dai campionati europei che da quelli mondiali dell’inverno 1947. Nel tennis, addirittura, gli azzurri poterono tornare a giocare in Coppa Davis solamente nell’edizione del 1948.
Nei giorni in cui gli organizzatori di Wimbledon e la Federazione inglese di tennis, assecondando il volere del governo di Boris Johnson, hanno deciso di escludere gli atleti russi e bielorussi che avrebbero dovuto gareggiare neutrali, andando contro le decisioni delle istituzioni tennistiche internazionali competenti ed aprendo un pericoloso precedente, può sembrare quasi inutile ricordare che poco più di 75 anni fa erano gli azzurri ad essere in quella situazione. Eppure studiare quelle dinamiche può davvero aiutarci a migliorare la comprensione del presente. Al punto che per molti versi risultano tutt’oggi ancora valide le parole che scrisse nel gennaio del 1945 l’allora vicepresidente del CIO, l’americano Avery Brundage: «Quando i Paesi nemici saranno riconosciuti da un punto di vista politico e commerciale, non c’è dubbio che lo saranno anche da un punto di vista sportivo».
Leggi tutte le puntate di A gamba tesa
Nicola Sbetti insegna all’Università di Bologna. Si occupa di storia dello sport e del rapporto fra sport e politica. Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport ha recentemente pubblicato per Fbsr/Viella Giochi diplomatici. Sport e politica estera nell’Italia del secondo dopoguerra.







