di Nicola Sbetti
E se la grande contro-Olimpiade che i russi dovevano organizzare dopo i Giochi di Parigi, per rendere meno pesante l’effetto delle sanzioni ai suoi atleti, si fosse già svolta? Alla luce di quanto è avvenuto nelle ultime settimane, l’interrogativo è più che legittimo.
Nei mesi scorsi (e ne avevamo scritto anche in questa rubrica), il Cremlino aveva dato molto risalto ai World Friendship Games, programmati dal 15 al 29 settembre tra Mosca ed Ekaterinburg. Fin dal nome, che rimandava alla competizione organizzata dai sovietici nel 1984, per compensare il boicottaggio dei Giochi di Los Angeles, l’evento si declinava come un’autentica contro-Olimpiade, per di più promettendo ricchi premi in denaro: i World Friendship Games andavano a provocare così il CIO in quello che, dopo la proposta di World Athletics di premiare economicamente le medaglie d’oro olimpiche, è diventato un nervo scoperto per il movimento olimpico.
Poi però sono arrivati i Brics Games e qualcosa è cambiato. Nati in modo estemporaneo nel 2016, i Brics Games sono rimasti a lungo una competizione marginale. Le prime edizioni erano poco più che delle esibizioni, in non più di tre sport, e quella del 2022 (dopo tre anni di stop in buona parte causati dalla pandemia) era stata organizzata completamente online, con gare di breakdancing, wushu e scacchi.
Nel 2023 a Durban, in Sudafrica, si era cominciato a vedere qualcosa di più strutturato, con cinque discipline sportive coinvolte, nulla però di paragonabile a quanto messo in scena a Kazan dal 12 al 23 giugno scorsi.
Il governo russo ha infatti trasformato i Brics Games in una vera e propria mini-Olimpiade, mettendo in palio 287 medaglie d’oro in 27 discipline diverse. Inoltre erano stati preannunciati 4751 atleti provenienti da 89 nazioni e, alla cerimonia di apertura, si era speso in prima persona (seppur attraverso un intervento video) Vladimir Putin.
Il presidente russo si era detto «fiducioso che la popolarità e l’attrattività dei Giochi cresceranno anche come competizioni libere da interferenze e pressioni politiche e che uniscano veramente gli atleti di tutto il mondo». L’ironia di sentire un capo di Stato augurarsi che la competizione che si sta organizzando in casa sua resti libera da «pressioni e interferenze politiche» non deve far passare in secondo piano il fatto che i Brics Games siano diventati, per la Russia, un modo per tastare, anche sul terreno sportivo, il valore delle proprie alleanze e delle proprie amicizie.
Per certi versi i Brics Games sono stati un modo per presentare la visione del mondo della Russia di Putin, o almeno provarci. Lo dimostra chiaramente, in questo senso, la presenza di una delegazione dell’Abkhazia, una dell’Ossezia del Sud (con 25 atleti) e persino una della Repubblica SRPSKA, la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Queste, che nello sport internazionale non sono riconosciute, hanno trovato nei Brics Games 2024 uno spazio per rivendicare la propria legittimità ma, allo stesso tempo, sono state usate dal Cremlino in funzione anti-occidentale, destabilizzatoria e propagandistica.
La stessa propaganda russa che aveva promosso i Giochi in pompa magna è stata ridimensionata dai fatti. Alla fine, delle 89 nazioni annunciate, hanno partecipato solo 53 delegazioni, e gli atleti, invece che 4751, sono stati 2851. Buona parte di questi erano russi (652) o bielorussi (409). La terza delegazione, per ordine di importanza, è stata quella uzbeka (270 atleti) e, in generale, il supporto degli “-stan” non è mancato, se si pensa ai 142 atleti provenienti dal Kirghizistan, ai 118 dal Kazakistan e agli 80 dal Tagikistan.
Presente, per quanto modesto, il contributo di Paesi tradizionalmente alleati come l’Etiopia (56), l’Iran (56) e la Siria (25), mentre il contingente nordcoreano contava appena 12 atleti. Interessante poi, sul piano politico-diplomatico, che la delegazione dell’Azerbaigian contasse ben 98 atleti, mentre quella dell’Armenia solo 35. Quantitativamente non banale, ad esclusione del Sudafrica (93), anche se qualitativamente modesto, è stato il contributo dei Brics fondatori: l’India ha portato 142 atleti, la Cina 122 e il Brasile 110.
Seppur non ufficiale, c’è stata anche una sparuta partecipazione italiana, costituita di nostri connazionali residenti in Russia o legati a gruppi filorussi, che è stata capace di vincere anche una medaglia d’argento nel breaking, disciplina che vedremo esordite peraltro a livello olimpico proprio a Parigi 2024.
Il risultato finale però è stato estremamente dissonante, a causa dell’enorme divario tecnico esistente tra le prime scelte di Russia e Bielorussia e le terze-quarte linee schierate da tutte le altre delegazioni. La Russia da sola ha vinto 266 dei 287 ori in palio, mentre, sommando Russia e Bielorussia, le due delegazioni hanno vinto oltre la metà delle medaglie in gioco. La Cina, grazie a 20 ori, ha chiuso al terzo posto il medagliere davanti all’Uzbekistan (capace comunque di vincere in totale 114 medaglie, contro le 62 dei cinesi), e al Brasile, quinto con otto medaglie d’oro.
Forse proprio questo esito, ovvero quello di un sostanziale campionato russo-bielorusso mascherato da evento internazionale, ha portato il Cremlino a elaborare un cambio di rotta: notizia dello scorso 2 luglio è infatti che i World Friendship Games sono stati posticipati al 2025. Troppo alto il rischio che si trasformassero in dei Brics Games 2.0, senza contare che un eventuale loro flop avrebbe peraltro rischiato di indebolire ulteriormente la già precaria posizione russa nel consesso sportivo internazionale.
Invece, rimandando il tutto più in là, si continua ad avere in pugno una potenziale carta da usare o per negoziare il proprio rientro olimpico o per cercare di destabilizzare, in maniera più efficace rispetto ai Brics Games, il sistema sportivo internazionale, a oggi fortemente influenzato dai Paesi occidentali.
E se anche entrambe queste ipotesi dovessero fallire, resterebbe una competizione dove far gareggiare gli atleti russi e bielorussi ancora esclusi dalle competizioni internazionali. In ogni caso, lo slittamento dei World Friendship Games resta un indizio del fatto che la guerra in Ucraina, almeno per il Cremlino, sarà ancora (purtroppo) molto lunga.
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Nicola Sbetti insegna all’Università di Bologna. Si occupa di storia dello sport e del rapporto fra sport e politica. Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport.






