Monografia

Il Mondiale per Club nell’iperuranio

Come idea pura, questo Mondiale risplende di concetti gradevoli e situazioni auspicabili. Ma la FIFA riuscirà a rovinare tutto

Siccome qui, a The SpoRt Light, non abbiamo tutti le stesse opinioni, né dobbiamo fare da bodyguard ai desiderata degli sponsor o dei partner commerciali, che non abbiamo mai avuto, anche sulla questione relativa al Mondiale per Club le idee sono tutto sommato discordanti, anche perché, ragionando su aspetti economici, contestuali e filosofici, il prossimo torneo della FIFA apre a una serie di discorsi complessi, che peraltro ci piacciono parecchio.

Così, mentre nei prossimi articoli instilliamo il dubbio sulla necessità di questo torneo (lo fa Roberto Brambilla) e raccontiamo l’aspetto economico, che in fondo è la base di tutto, e lo è senza tanto girarci attorno (ne scrive il direttore, Francesco Caremani), questa apertura nasce più che altro nel mondo delle idee del calcio, in quell’iperuranio nel quale può succedere anche che chi governa il calcio faccia qualcosa di intelligente. Poi, sia chiaro, tra la potenza e l’atto c’è tutto il resto, ciò insomma che rovina tutto, però ha senso anche provare a raccontare perché, se non fosse esattamente quello che è, filosoficamente il Mondiale per Club sarebbe davvero un formidabile passo nel futuro. Possibile? Sì, nell’iperuranio.

Non è un colpo di calore, ma un aspetto del quale chi scrive – che, lo avrete capito in questi tre anni, Infantino sul trono calcistico non lo vorrebbe vedere neanche in figurina – è fermamente convinto. Il punto è che, forse per una questione anagrafica, forse anche per un certo sentimento politico e sociale, un torneo calcistico (ovvero: dello sport che amo di più in assoluto) che vede in campo squadre di club (cosa che preferisco, tecnicamente e politicamente; poi spiegherà perché) di tutto il mondo (letteralmente ogni continente, oltre venti i Paesi rappresentati) è qualcosa che ritengo non solo suggestivo, ma anche incoraggiante.

Andiamo punto per punto, allora. Il calcio è, abbastanza indiscutibilmente, lo sport più globale di tutti, e si può legittimamente sostenere che, anche laddove non è lo sport nazionale, e magari neanche sul podio, abbia comunque una dignità rilevante, perché se l’è creata nei decenni. Ebbene: un torneo ufficiale e così strutturato tra squadre di tutto il mondo non c’era mai stato, e questa è una fuga in avanti. Secondo punto: direte, ma non bastava il Mondiale, quello per le nazionali, quello vero? Ecco, parliamone. Probabilmente sì, bastava, ma la grande novità di questo torneo è che non sarà caratterizzato da tutti quei cerimoniali e quelle liturgie tipiche delle nazionali, quelle che, comunque la si voglia vedere, celebrano, attraverso inni e bandiere, dei sostanziali concetti nazionalistici che, di questi tempi soprattutto, non fanno granché bene. I club, al contrario, ragionano per proprio conto: un tifoso juventino non sosterrà l’Inter, un tifoso del City non godrà delle vittorie del City, né quello del Real lo farà per l’Atletico Madrid, solo per citare alcuni club europei, e in questo senso l’appartenenza nazionale sarà del tutto sfumata. Ecco. questo concetto, nell’iperuranio di cui sopra, a mio avviso è qualcosa di meraviglioso. Poi, certo, non è che le rivalità fra club siano serene, tutt’altro, ma non ci sono concetti etnici o geografici alla base: non basta, ma intanto e non è poco. Poi, eccolo: c’è tutto il mondo, ci sono sfide che mettono di fronte club appartenenti a confederazioni diverse, per un mese nello stesso campionato. Seriamente: come si fa a non considerare affascinante un aspetto del genere, anche a livello geografico?

Si respira un’aria quasi internazionalista, se non fosse che l’internazionalismo non è mai nato per rendere ancora più ricchi i plutocrati, ma per favore: proviamo, per un attimo, ad astrarre.

In più, un altro aspetto. Magari con criteri apparentemente cervellotici, ma i club che parteciperanno a questa prima edizione del Mondiale per Club – diciamo tutti a parte l’Inter Miami, che di fatto ha una wild card made in Beckham e Messi – si sono guadagnati l’iscrizione per merito. Vittorie e ranking, di fatto, con una serie di coefficienti anche piuttosto ben congeniati, hanno fatto sì che le partecipanti ci fossero, appunto, perché in quel periodo di tempo qualcosa lo hanno combinato. Che ci sia fuori qualche grande o grandissima (dal Barcellona al Milan, passando per il Liverpool, sempre restando in Europa) ha un senso, e il senso è che non si parla di blasone, ma di risultati.

Ora, per essere chiari: Infantino e compagnia non hanno mai pensato a tutto questo eppure, per eterogenesi dei fini, questo Mondiale per Club porta sul palcoscenico del pallone, per la prima volta, una certa idea di futuro, anche sociale, se vogliamo. Poi, però, sappiamo che la realtà è diversa, non siamo così sprovveduti o sognatori da non accorgercene. Però, accidenti, nell’iperuranio, come idea pura, questo Mondiale risplende di concetti gradevoli e auspicabili. Nell’iperuranio, però.

Lorenzo Longhi
Emiliano, ha esordito con il primo quotidiano italiano esclusivamente web nel 2001 e, da freelance, ha vestito (e smesso) casacche anche prestigiose. Di milioni di righe che ha scritto a tamburo battente gran parte è irrilevante. Il discorso cambia quando ha potuto concedersi spazi di analisi.