Monografia

Io, vittima di tratta

Dio, calcio e famiglia: la guardia giurata che sognava il football europeo. Da Belo Horizonte a Torino, la storia di Felipe (nome di fantasia), vittima di football trafficking, che è arrivato in Italia passando dalla Svizzera, inseguendo il sogno di giocare a calcio in Europa

Belo Horizonte è la capitale del Minas Gerais. Importante centro economico, industriale e commerciale è sede delle propaggini brasiliane di molte multinazionali quali Google e Denso, e di aziende italiane come Magneti Marelli e Fiat, che qui ha il suo quartier generale in Brasile, poco fuori dalla città. C’è pure una scuola italiana con il nome di Fundaçao Torino. Tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo migliaia di italiani sono arrivati per tentare la fortuna nelle fattorie di caffè, sparpagliandosi verso San Paolo e Rio de Janeiro. Anche quella di Felipe (il nome è di fantasia, per motivi che saranno più chiari avanti), per certi aspetti è una storia di riscatto, riscatto dalla povertà che ha cercato prima di respingere indietro dando calci a un pallone, poi l’ha rifuggita prendendo un aereo per l’Europa, infine l’ha lasciata alle spalle scegliendo una vita, quella che poteva, quella che non aveva sognato.

Per rendere tutto più letterario avremmo potuto scrivere che Felipe è nato ad Aglomerado da Serra, la seconda favela più grande del Brasile dopo Rocinha (Rio de Janeiro), che si trova a sud di Belo Horizonte, ma la miseria e la povertà hanno bisogno di tutto fuorché di sovrastrutture. Classe 1986 a quattro anni viveva già in strada e l’unica gioia era quella di rincorrere un pallone: «Mio padre prima lavorava in una fattoria, gestendo tori e cavalli, poi ha trovato lavoro nell’industria dell’acciaio. Mia madre prima ha fatto la lavandaia, portando la roba a mano fino al fiume, insieme con le mie sorelle, poi ha iniziato a fare le pulizie in ospedale. La casa era di legno, l’unico bagno serviva circa quaranta famiglie e non c’era l’elettricità. La mia era molto povera così ho iniziato a lavorare quando avevo ott…

Francesco Caremani
Aretino, giornalista, comunicatore in ordine sparso. Tutto è iniziato il 19 marzo del 1994 e un giorno finirà, ma non oggi. Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada. Una scommessa dietro l’altra per arrivare fino a qua. Qui è direttore responsabile, ma solo per anzianità.