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Tutto quello che non vedremo in Qatar

Oltre 200 miliardi di dollari spesi per un profitto di 20. Il primo Mondiale in Medio Oriente è un elefante che partorisce il topolino senza contare il, drammatico e inaccettabile, prezzo in vite umane che è stato pagato per realizzarne le infrastrutture

La Nazionale italiana si è autoboicottata e guarderà il Campionato del Mondo alla televisione. Sognavamo e sognava un bel regalo di Natale e invece per tutto il tempo che ci separa da questo evento non resta che mangiare carbone e cospargersi il capo di cenere, cosa che in Italia, vedi il presidente della Figc Gravina, è più facile che dare le dimissioni: oramai non sappiamo più di quale nefandezza ti devi macchiare per lasciare la poltrona in questo Paese. Andare a giocarsi il trofeo iridato poteva essere anche un modo per raccontare il Qatar: chi si ricorda le manifestazioni di protesta in Brasile nel 2014? Raccontarlo da dentro, per quanto possibile, metterne in evidenza eventuali pregi ed evidenti contraddizioni, soprattutto in relazione all’organizzazione dell’evento calcistico per eccellenza, quella di una nazione che sul football ha costruito e sta costruendo una nuova diplomazia, prosaicamente un atteggiamento passivo aggressivo ammantato di petroldollari. Cosa ci siamo persi? Cosa ci perderemo?

La preparazione della ventiduesima edizione del Mondiale, che per la prima volta si giocherà in Medio Oriente e, sempre per la prima volta, d’inverno, è costata al Paese mediorientale tra i 200 e i 300 miliardi di dollari, di cui quasi 7 per gli stadi. L’investimento della Fifa per la manifestazione si aggira intorno a 1,7 miliardi di dollari, dove la fetta più grossa, il 26 per cento del totale, è destinata ai premi: 440 milioni. Secondo il Qatar i profitti per la Coppa del Mondo supereranno i 20 miliardi di dollari, tra l’8 e il 10 per cento degli investimenti; in un Paese il cui PIL è di circa 170 miliardi puntando a 214 entro il 2026. Ma allora perché decidere di organizzare un Mondiale così costoso, costringendo la Fifa e le federazioni internazionali a ribaltare i calendari per giocarsi tutto in ventotto giorni invece che trentuno, con quattro partite al gior…

Francesco Caremani
Aretino, giornalista, comunicatore in ordine sparso. Tutto è iniziato il 19 marzo del 1994 e un giorno finirà, ma non oggi. Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada. Una scommessa dietro l’altra per arrivare fino a qua. Qui è direttore responsabile, ma solo per anzianità.