Monografia

Super League, l’ombra di una Bosman 2.0

Dopo le udienze dell'11 e 12 luglio, il prossimo inverno la Corte di Giustizia UE si pronuncerà sulla disputa tra club fondatori della Super League e UEFA

Di una cosa siamo certi: in Italia la questione Super League è principalmente buttata in caciara. Là una crociata contro il progetto, che si rifà allo slogan «No al calcio moderno», qua i richiami al calcio popolare – che di certo non potrà mai essere quello della Serie A e delle coppe europee, ammesso che mai lo sia stato – e il tifo contro le tre squadre ‘strisciate’, Inter, Juventus e Milan (poi sono rimasti solo i bianconeri, in teoria, ma per numeri bastano loro), dominano un racconto che però nulla ha a che fare con una seria analisi sul futuro, economico, del calcio e anche sul futuro di quello popolare, quello di provincia – sia dilettantistico che amatoriale –, in sofferenza da almeno due decenni, con il carico da undici della pandemia, senza che alcuno abbia mai fatto niente di concreto e realistico.

Il tema della sostenibilità del football europeo è invecchiato male. Il fair play finanziario, voluto da Michel Platini, era una buona idea che, come tante altre, è stata applicata male. Da una parte cristallizzando le ricchezze esistenti e certificando le differenze tra club ricchi e quelli meno ricchi (poi sul concetto di ricchezza, considerando le situazioni debitorie, potremmo discutere), dall’altra prestando più volte il fianco a critiche feroci, soprattutto rispetto alle sanzioni, blande contro i club blasonati e oltremodo severe contro quelli della periferia dell’impero UEFA. Un’idea che nei primi anni ha, comunque, funzionato riducendo di molto l’indebitamento dei club europei, per poi perdere di significato, con questi che sono tornati a spendere oltre le proprie possibilità mentre altri venivano acquistati da fondi sovrani dei Paesi arabi del Golfo, debordanti di petroldollari; con il fenomeno dello sportwashing nettamente sottovalutato da UE, FIFA e UEFA insieme. Fair play finanziario le cui regole sono …

Francesco Caremani
Aretino, giornalista, comunicatore in ordine sparso. Tutto è iniziato il 19 marzo del 1994 e un giorno finirà, ma non oggi. Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada. Una scommessa dietro l’altra per arrivare fino a qua. Qui è direttore responsabile, ma solo per anzianità.