Monografia

Serie A, come agonia

La decrescita infelice del nostro massimo campionato e le colpe di un movimento che preferisce guardare al passato e non assumersi mai le responsabilità degli insuccessi, soprattutto economici

L’ex campionato più bello del mondo, molto ex e poco bello, è ripartito con alcune sicurezze e tante incertezze. Le sicurezze, purtroppo, riguardano i clamorosi errori del VAR – quand’è che useremo meglio la tecnologia togliendo agli arbitri un po’ di prosopopea? –, le relative polemiche e il caro biglietti che permette agli ultrà di gridare no al calcio moderno, non sapendo nemmeno loro quale vogliono: invocando campioni che i propri club del cuore non sono più in grado, economicamente e come appeal internazionale, di calamitare. A dirla tutta il cahier de doleance è vecchio, stantio e inascoltabile, perché sono almeno due decenni che ci confrontiamo con i soliti problemi, evidentemente irrisolvibili o non risolvibili da una governance incompetente, sia a livello federale che di club. La riforma dei vivai? Mai vista. Un piano per costruire stadi nuovi e moderni? Mai sentito e per certi aspetti è meglio così – i mutui di quelli di Italia ’90 sono stati estinti nel bilancio di previsione del 2015 –. Una Nazionale ‘politicamente’ più forte? Impossibile se a ogni stage anche la più piccola delle società si sente in dovere di polemizzare. Un sistema integrato dei diritti televisivi? Non pervenuto, soprattutto per l’incapacità dei club di fare rete, tutti contro tutti armati per racimolare le briciole di uno spettacolo che non appassiona più come una volta. La riforma delle squadre B? Abortita. La riforma dei campionati? Solo annunciata, ecc. Insomma non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole della serie A che fa sempre più rima con agonia, quella di un campionato accartocciato su sé stesso, incapace di guardarsi allo specchio, anzi capace ma solo per mentirsi invece di individuare i difetti e cercare di risolverli o quanto meno levigarne gli spigoli.

Declino
Quando è iniziato il declino della serie A che solo per ranking è considerato ancora uno dei cinque campionati più importanti d’Europa? Difficile stabilire una data, perché, come nelle ere geologiche, le stratificazioni sono lente, a volte impercettibili, eppure foriere di grandi cambiamenti. Alcuni datano l’inizio della fine nel 2006, anno in cui una delle serie A più forti di sempre partorì l’ultimo titolo iridato azzurro dentro la tempesta di Calciopoli; utilizzata, spesso, quest’ultima per dimostrare pro e contro delle posizioni di parte, inutili per qualsiasi analisi seria. Perché alla fine, nonostante sia sempre più bistratta, molti individuano negli insuccessi della Nazionale la cattiva salute del movimento, dimostrando miopia, inutile nostalgismo e una visione arcaica del calcio.

Quello inglese, per esempio, ci dimostra il contrario e cioè che si può avere una rappresentativa minimamente competitiva che non vince niente dal 1966 con l’alter ego di una Premier Lea…

Francesco Caremani
Aretino, giornalista, comunicatore in ordine sparso. Tutto è iniziato il 19 marzo del 1994 e un giorno finirà, ma non oggi. Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada. Una scommessa dietro l’altra per arrivare fino a qua. Qui è direttore responsabile, ma solo per anzianità.