di Nicola Sbetti
Lo scorso 11 settembre la nazionale italiana di pallavolo maschile, dopo 24 anni di astinenza, ha conquistato il suo quarto titolo mondiale assoluto. Non c’è dubbio che il principale artefice di questo successo sia l’allenatore Fefè de Giorgi, capace di operare un radicale ed efficace cambio generazionale costruendo la squadra attorno al talento di Giannelli, responsabilizzato capitano, e di rinunciare ai senatori ormai logori per lanciare giovani dal sicuro avvenire come Michieletto, Lavia, Galassi, Russo e Romanò. La scommessa ha pagato immediatamente visto che, oltre al titolo mondiale di qualche giorno fa, lo scorso anno i “ragazzi terribili” di De Giorgi avevano conquistato ancor più a sorpresa l’oro europeo.
Le ragioni di un simile trionfo però sono molteplici e non è nostra intenzione provare qui a sviscerarle tutte. Inoltre, se si considera che la nazionale femminile è al momento vicecampione mondiale e campione europea in carica, che le nazionali giovanili ottengono da anni eccezionali risultati e che i campionati italiani, sia quello maschile sia quello femminile, sono fra i più competitivi al mondo, possiamo serenamente certificare che il movimento della pallavolo in Italia goda di ottima salute.
Eppure, questo predominio che non si è ancora mai concretizzato in una medaglia olimpica, è tutto sommato recente e si può far risalire agli ultimi 35 anni. Al contrario della maggioranza delle discipline sportive italiane, che hanno in Italia una tradizione che va ben oltre al secolo di vita, la storia della pallavolo nella nostra penisola è piuttosto recente. L’ha ricostruita Daniele Serapiglia in un bel saggio pubblicato per Clueb nel 2018 dal titolo: Uno sport per tutti. Storia sociale della pallavolo italiana (1918-1990).
Lo sport inventato dallo statunitense William Morgan 1895 giunse in Italia sul finire della Grande Guerra grazie ai soldati americani e alla YMCA, che aveva l’incarico di organizzare il tempo libero dei militari a stelle e strisce, ma non si radicò immediatamente nella popolazione italiana. Per tutto il periodo fascista la pallavolo faticò a trovare spazi, sviluppandosi soprattutto come disciplina dopolavoristica all’interno dell’Opera Nazionale Dopolavoro. Vuoi perché considerato sport poco virile, vuoi per l’assenza di significative competizioni internazionali, il regime di Mussolini finì per non investirci più di tanto.
Al contrario, nell’Italia repubblicana la Federazione Italiana di Pallavolo (FIPAV), costituitasi nel marzo del 1946, fu l’anno successivo fra i fondatori della federazione internazionale e nel 1948 organizzò la prima edizione dei Campionati europei.
Solo nel 1957 la FIPAV entrò a far parte del CONI come membro effettivo. Sul piano istituzionale questo passaggio segnò una prima svolta perché permise di accedere a maggiori fondi. Il ’57, peraltro, fu anche l’anno in cui il volley venne ammesso nel movimento olimpico. Altrettanto fondamentale fu la rivalità fra la subcultura cattolica e quelle di sinistra che investirono negli sport, fra cui anche la pallavolo, per attrarre i giovani attraverso gli enti di propaganda sportiva come il CSI, la Libertas o l’UISP.
Nel lungo periodo tuttavia il fattore davvero determinante si rivelò la scuola. Nel corso degli anni Sessanta, dopo un periodo di dissesti economici in cui la FIPAV finì in amministrazione controllata, la FIPAV cominciò sempre più ad investire in questo settore, sottolineando come la presenza della rete a separare le due squadre abbassasse, rispetto ad altri sport, il tasso di violenza e avesse una funzione educativa. Non a caso la pallavolo fu uno dei più importanti sport di squadra a rientrare nei programmi dei Giochi della Gioventù.
L’inserimento della pallavolo nella più importante manifestazione sportiva studentesca di quegli anni, favorì una crescita esponenziale di tesserati che aiutò a fare del 1978, secondo l’analisi di Serapiglia, l’“anno della svolta”. In quella data infatti l’Italia ospitò a settembre i Mondiali di pallavolo maschile che furono un’occasione eccezionale per far conoscere il gioco anche al di fuori della cerchia dei praticanti.
Nel corso degli anni Ottanta la pallavolo grazie ai programmi di minivolley, alla presenza degli incontri in televisione e ai cartoni animati giapponesi come Mimì e Mila e Shiro si registrò un’ulteriore crescita. Da un lato sempre più ragazze si avvicinarono a questo sport mettendo le basi per quella che sarebbe diventata la squadra che si laureò campione del mondo nel 2002 e d’Europa nel 2007 e 2009. Dall’altro si formò a livello maschile la cosiddetta “generazione dei fenomeni” che pur mancando sempre in circostanze incredibili l’alloro olimpico, vinse a partire dal 1990 tre edizioni consecutive dei Mondiali e innumerevoli trofei minori. Alzatore di quel gruppo quasi imbattibile c’era quel Fefè De Giorgi, oggi allenatore di una nuova generazione d’oro che promette di regalare nuove gioie ai tifosi italiani.
A Parigi 2024 sarà una bella sfida fra azzurre e azzurri per vedere chi per primo riuscirà a sfatare la maledizione olimpica della pallavolo italiana. E chissà che non possa addirittura arrivare una doppietta.






