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Smetto quando voglio

Totti, Buffon, Federer, Rossi: tutti accomunati nel novero di «quelli che non ce la fanno a smettere». Ma che problema abbiamo con le vite degli altri?

La risoluzione del contratto con il Monza, per Andrea Ranocchia, rappresenta contestualmente la fine della sua carriera di calciatore professionista. Una condizione normale: l’ora del ritiro arriva per tutti, prima o poi, ma nel caso dell’ex difensore dell’Inter, e in 21 occasioni anche della Nazionale maggiore, stupisce la schiettezza con la quale, su Instagram, ha annunciato l’addio. No, l’infortunio nemmeno conta. Conta altro: la testa.

Piano piano anche la passione che ho sempre provato per questo gioco è venuta meno (…). Andando avanti è come se mi si fosse spento un interruttore, non c’era più passione. All’inizio non volevo accettarlo, sono andato avanti con impegno, ma sentivo che non c’era più niente dentro di me.

Il momento del ritiro dall’attività agonistica è probabilmente il più delicato per un atleta d’élite, non lo scopriamo certo ora. Non è lo sport, è tutto ciò che vi ruota intorno, è la mente ed è una questione di salute mentale. La rinuncia a proseguire il contratto è un atto coerente, non eroico, ma di correttezza. Da più parti, su varie testate, si pone l’accento sulla rinuncia a quattro milioni. Da queste parti, preferiamo concentrarci su un altro aspetto.

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Lorenzo Longhi
Emiliano, ha esordito con il primo quotidiano italiano esclusivamente web nel 2001 e, da freelance, ha vestito (e smesso) casacche anche prestigiose. Di milioni di righe che ha scritto a tamburo battente gran parte è irrilevante. Il discorso cambia quando ha potuto concedersi spazi di analisi.