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Contro lo ius soli sportivo

Rovesciamo i termini: la legge sullo Ius soli sportivo non avrebbe nemmeno ragione d’esistere se ci fosse una legge sulla cittadinanza degna di un paese civile

Nelle intenzioni il pezzo di oggi di A Gamba Tesa sarebbe dovuto essere una presentazione del Mondiale di cricket maschile che cominciano oggi in India e che rappresenteranno un’importante vetrina per il governo di Narendra Modi (non a caso la finale si giocherà al Narendra Modi Stadium!). Poi però le polemiche nostrane hanno rivolto altrove la mia attenzione. Se qualcuno fosse comunque interessato al Mondiale del secondo sport di squadra più popolare al mondo può recuperare la diretta fatta lunedì 2 ottobre sul canale YouTube di “A Gamba Tesa” a questo link.

di Nicola Sbetti

Le difficoltà di tesseramento per ragazzine e ragazzini stranieri nati o cresciuti nel nostro paese denunciate dalla società reggiana Progetto Aurora hanno fatto tornare in auge il tema dello ius soli sportivo. Non mi interessa qui entrare nel dettaglio della vicenda anche perché non sono un giurista, non ho potuto approfondirla quanto avrei voluto e già in molti, tra cui lo stesso Lorenzo Longhi, ne hanno scritto.

Il dibattito emerso mi permette però di tornare su alcune riflessioni fatte in passato e mai messe adeguatamente per iscritto su una legge che, pur essendo un presidio di civiltà in un ambito rilevante per la vita umana come lo sport, ha la forma e la caratteristica di una foglia di fico.

Lo ius soli è diventato legge con la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale il 1 febbraio 2016 e prevede la possibilità per i minori stranieri, regolarmente residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno di età, di essere tesserati presso le federazioni sportive con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani.

Considerando che l’ordinamento sportivo italiano rivendica costantemente la propria autonomia dal governo, è curioso che sia stato, non solo necessario, ma addirittura auspicato dallo stesso CONI, l’intervento del legislatore in materia. In linea teorica, infatti, se il Coni e le Federazioni nazionali avessero provveduto autonomamente ad eliminare le barriere di accesso allo sport alle e ai giovani atleti nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri lo Ius soli sportivo non sarebbe stato necessario. La dimostrazione viene proprio da quelle federazioni, come ad esempio il cricket, che avevano già in precedenza autonomamente modificato i propri regolamenti per facilitare l’accesso allo sport a quelle e a quei giovani che, pur essendo stranieri per le retrograde leggi del nostro paese, erano cresciuti in Italia e frequentavano le scuole della Penisola. Dal lato delle istituzioni sportive italiane, quindi, lo Ius soli sportivo è stato una sconfitta: l’ammissione dell’incapacità di essere autonomamente inclusivi, unito al desiderio di non perdere per strada potenziali talenti ha portato il Coni e le federazioni a delegare parte della loro autonomia, altrimenti difesa gelosamente, a Governo e Parlamento.

Per quest’ultimi però l’approvazione della legge sullo Ius soli sportivo risulta ancor più paradossale. Com’è possibile infatti spendersi con convinzione affinché anche le persone nate o cresciute in Italia che frequentano le nostre scuole abbiano accesso allo sport, ma poi negare loro i diritti di cittadinanza? Rovesciando i termini, la legge sullo Ius soli sportivo non avrebbe nemmeno ragione d’esistere se ci fosse una legge sulla cittadinanza degna di un paese civile.

Provocatoriamente, infine, si potrebbe addirittura arrivare ad affermare che lo Ius soli sportivo sia stato persino dannoso alla causa delle cosiddette “seconde generazioni”, in quanto le testimonianze delle discriminazioni relative all’accesso alla pratica sportiva suscitavano talmente indignazione da far aumentare il consenso generale nell’opinione pubblica verso una legge sulla cittadinanza più inclusiva.

Poi certo, lungi dal sostenere queste tesi massimaliste e sposando la logica popolare del “piuttosto che niente è meglio piuttosto”, teniamoci e difendiamolo pure questo “ius soli sportivo”, ma non dimentichiamoci che è figlio di una sconfitta tanto di un sistema sportivo incapace di promuovere una piena inclusione di chi vive il nostro territorio, quanto di una classe politica talmente terrorizzata dai sondaggi, da continuare a discriminare persone che sono in tutto e per tutto anche italiane tranne che per la burocrazia.

Quindi, se una battaglia va fatta per rendere l’Italia un Paese migliore e più civile non è certo quella per lo ius soli sportivo, ma quella per lo Ius soli e basta.


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Nicola Sbetti insegna all’Università di Bologna. Si occupa di storia dello sport e del rapporto fra sport e politica. Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport.