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La brusca distanza

Gli atleti si adattano al contesto: la tecnologia, in sé, è neutra, ma non lo è affatto per le conseguenze che induce in chi va in campo

Tra i vari aspetti che hanno reso il calcio così popolare nel Novecento, c’è anche quello relativo alla replicabilità del gioco, ovvero la possibilità di riproporre, in campetti più o meno periferici e più o meno raffazzonati, le gesta dei campioni nei grandi stadi. Un pallone, due porte, un manipolo di persone disposte a giocare, ecco il trucco: quello di allora, quello di sempre, e in fondo vale anche oggi, nonostante l’offerta sportiva sia molto più vasta e i campi non siano più così tanto frequentati da ragazzini e ragazzine, come invece accadeva un tempo. Tant’è, ci sono vari motivi che spiegano quest’ultimo rilievo, il punto non è questo: dicevamo della replicabilità del gioco, ovviamente con le giuste proporzioni, ma il bello è sempre stato esattamente questo, e cioè poter vivere per qualche decina di minuti, anche senza mezzi tecnico-tattici, all’incirca ciò che i professionisti vivono nella loro quotidianità.

La base, eccola lì, il calcio di tutti. Da diversi anni l’assunto di cui sopra non vale poi così tanto. Non più, almeno non così, perché la distanza tra la base e il vertice sta aumentando in maniera esponenziale, proprio a causa di quella tecnologia che, inevitabilmente e giustamente, sta segnando lo sviluppo delle regole e un nuovo spirito del tempo. La distanza attuale non è, verosimilmente, ancora esiziale. Eppure, mano a mano che diventa più netta (e non può che ampliarsi), può diventare in qualche modo un problema per il futuro del calcio.

Goal line technology, VAR e fuorigioco semiautomatico sono migliorie che funzionano e che rendono (o dovrebbero rendere) tutto piuttosto coerente. Il margine di errore degli arbitri viene limitato – non eliminato, sia chiaro – e, soprattutto per i riferimenti puramente geometrici (palla dentro o fuori, calciatori in gioco o meno), come si dice, a chi tocca nun s’engrugna. Lo stesso dicasi per il fuorigioco: si può magari discutere l…

Lorenzo Longhi
Emiliano, ha esordito con il primo quotidiano italiano esclusivamente web nel 2001 e, da freelance, ha vestito (e smesso) casacche anche prestigiose. Di milioni di righe che ha scritto a tamburo battente gran parte è irrilevante. Il discorso cambia quando ha potuto concedersi spazi di analisi.