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Imlach, il calcio, la comunità: nel nome del padre

Un libro del 2005, mai tradotto in italiano, ci riporta a un mondo diverso. Quando i calciatori, tra i piani per il futuro, avevano quelli di un lavoro comune

Immagine di copertina: https://premierfootballcards.com/coventry-city-stuart-imlach-7-17-184159-p.asp

Un libro così, proprio così, in Italia, non c’è. Non che manchino i libri ad argomento calcistico, tutt’altro, e anzi abbondano quelli intrisi di passatismo, le biografie più o meno artistiche di questo o quel giocatore del passato, che in alcuni casi sono principalmente esercizi di stile di giornalisti che parlano di altri per parlare di sé stessi, per crogiolarsi nel loro bello stile, per prendere il posto di coloro dei quali scrivono. Succede, il mercato c’è e allora va bene così. Ma un libro come My father and other working-class football heroes di Gary Imlach da noi non c’è, anche perché nessuno si è mai preso la briga di tradurre l’originale inglese in italiano. E dire che è più che maggiorenne, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 2005, e che nel Regno Unito ha anche vinto qualche premio prestigioso. Ma cos’ha di speciale questo libro?

Forse, di speciale, ha che si tratta di un libro di storia e di costume, di una vicenda di famiglia in cui davvero – cosa che scrivono in molti, più che altro per darsi un tono – il calcio è un pretesto. My father and other working-class football heroes è una storia degli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, riscoperta quarant’anni più tardi quando un giornalista britannico, Gary Imlach, nel 2001 perde il padre Stewart, non ancora settantenne, incidentalmente un ex calciatore. Gary, che pure è un giornalista sportivo, ma si occupa principalmente di ciclismo e di football americano, della carriera calcistica del padre conosce giusto gli highlight e a quel punto, nel momento del lutto, sostanzialmente si accorge di non sapere in fondo granché di lui. Sicuramente poco anche della sua carriera e della sua prima vita, non avendolo mai visto giocare, ed è lì che parte quella che, ben lontano da essere una memoria epica o – absit iniuria verbis – romantica dei tempi che furono, diventa…

Lorenzo Longhi
Emiliano, ha esordito con il primo quotidiano italiano esclusivamente web nel 2001 e, da freelance, ha vestito (e smesso) casacche anche prestigiose. Di milioni di righe che ha scritto a tamburo battente gran parte è irrilevante. Il discorso cambia quando ha potuto concedersi spazi di analisi.