Tackle

Metodo Buffa

«Quando Sinner avrà 50 anni, avremo visto tutte le partite che ha giocato e sarà stato intervistato 150 volte. Cosa racconti di Sinner?». Parola di Federico Buffa. Ecco: parliamone

di Nicola Sbetti

Intervistato da La Stampa lo scorso 18 marzo per promuovere il suo spettacolo teatrale La Milonga del Fútbol, Federico Buffa ha sostenuto che «il futuro non è semplice per chi dovrà raccontare storie. Si saprà tutto di tutti. Si potrà vedere tutto di tutti». Nello specifico, facendo un esempio, ha affermato: «Quando Sinner avrà 50 anni, tu potrai vedere tutte le partite che ha giocato, sarà stato intervistato 150 volte… e che cosa racconti di Sinner?».

All’interno della mia bolla social queste considerazioni hanno ricevuto un consenso sorprendente, al punto che io stesso, inizialmente, avevo accettato pigramente questa teoria, in quanto tutto sommato confermava indirettamente un mio pensiero secondo cui i grandi campioni che hanno incarnato la svolta neoliberista nello sport (i Michael Jordan, i Wayne Gretzky, i Tom Brady, ma gli stessi Baggio, Totti, Del Piero e Pirlo) sono figure meno interessanti dei grandi campioni figli del ’68 e della baby boom generation (Gli Smith e Carlos, i Muhammad Alì, i Kareem Abdul-Jabbar, ma anche i Gigi Riva e i Mennea).

A mente fredda però, sono andato a recuperarmi l’intervista e mi sono convinto che si tratta di un’enorme sciocchezza. Tralasciamo per oggi la facile critica a quei narratori che alla ricostruzione della verità prediligono una bella storiella (un tema che peraltro ho già trattato sia in questa rubrica, sia in un capitolo di libro) e concentriamoci su altri aspetti. Nella sua risposta Buffa sembra aver completamente sottovalutato la questione generazionale. Nella credibile ipotesi che Sinner mantenga fede alle promesse che ne fanno già oggi il miglior tennista italiano di tutti i tempi e che continui il suo percorso vincente, fra cinquant’anni probabilmente avremo molti italiani nati dopo il suo ritiro interessati a conoscere la sua storia senza per questo avere il tempo, la voglia e le energie di recuperare tutte le sue partite o le sue interviste, esattamente così come oggi la gran parte dei millennials celebrano la memoria dei campioni del mondo del Mundial del 1982 pur non essendo mai andati sul sito della Fifa a guardarsi i tre pareggi nel girone di qualificazione e forse nemmeno la semifinali con la Polonia. Ovviamente starà poi alla capacità del narratore offrire la chiave interpretativa a un personaggio che peraltro già oggi si presenta tutt’altro che piatto anche solo per il fatto di essere già diventato un simbolo di italianità pur provenendo da una minoranza linguistica e possedendo caratteristiche morali lontane dai più classici stereotipi con i quali ci descrivono e ci descriviamo.

In ogni caso già oggi abbiamo la prova che la possibilità di accedere tramite supporto audiovisivo alla carriera di uno sportivo non rappresenta certo un limite per chi vuole raccontare la carriera di un grande atleta. Emanuele Atturo, uno dei maggiori intellettuali sportivi che abbiamo in Italia, ha scritto un anno prima del suo ritiro, il libro Roger Federer è esistito davvero che per molti versi è una prova tangibile dei limiti della teoria di Buffa. Ancor più eclatante, in questo senso, è l’esempio di Open, la biografia di Andre Agassi, che grazie alla talentuosa penna di JR Moehringer e alla sua capacità interpretativa e narrativa ha trasformato una importante ma non inimitabile carriera tennistica in un caso letterario che ha fatto conoscere la storia personale del tennista statunitense anche a persone che non hanno mai visto una sua partita per intero.

Allo stesso tempo poi lo sport continua tutt’oggi a regalarci storie epiche e incredibili che non hanno la necessità di essere imbellettate. Penso ad esempio a quelle degli atleti palestinesi e ucrani in questi difficili mesi di guerra, ma perché no anche a quelli israeliani e russi, oppure a quella di Colin Kaepernick, di Olga Kharlan, dei calciatori della nazionale di calcio iraniana ai Mondiali maschili di calcio in Qatar, di Jakub Jankto o di Omar Daffe…

Semmai è da evidenziare una dinamica emergente. Sempre più spesso, infatti, assistiamo al tentativo da parte dei grandi sportivi di voler raccontarsi. Certo i diari, le memorie e le autobiografie sono sempre esistite, tuttavia con l’emergere di prodotti di grande successo distribuiti da Netflix come The Last Dance di Michael Jordan e la docuserie Beckham, abbiamo assistito a un tentativo molto più forte che in passato di controllare in prima persona la propria storia e orientare la propria legacy. Del resto oggi la memoria stessa dei grandi campioni, basti pensare a figure come Pelé o Maradona, è diventata un vero e proprio business controllato dagli eredi che, come ha recentemente confermato un’inchiesta de l’Espresso, finisce spesso per dare adito a controversie legali.

Insomma la grande presenza di fonti audiovisive non deve certo essere vista come un limite, ma è una grande ricchezza per tutti coloro che in futuro si vorranno cimentare con la ricostruzione storica del nostro passato sportivo.


Leggi tutte le puntate di A gamba tesa


Nicola Sbetti insegna all’Università di Bologna. Si occupa di storia dello sport e del rapporto fra sport e politica. Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport.