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Di foto e di opportunità

Un anno fa il dibattito sulle immagini del malore di Eriksen aprì un interessante dibattito sull’opportunità della pubblicazione di certi scatti. Nulla di tutto questo nel caso della sincronette Alvarez. Perché?

È diverso, si dirà. Certo: è sempre diverso, perché le vicende al massimo si assomigliano, ma non sono mai una la copia dell’altra. Ma il dibattito questa volta non esiste e, allora, riflettiamo un po’ qui. Un anno fa si discusse a lungo sulle immagini del malore di Christian Eriksen, nel corso di Danimarca-Finlandia all’Europeo, aprì un interessante e prolifico dibattito sull’opportunità della pubblicazione di certi scatti. Nulla di tutto questo nel caso della sincronette Anita Alvarez, svenuta mercoledì nella vasca del Mondiale di nuoto sincronizzato a Budapest. Perché?

Otto immagini sono finte ovunque: nella prima il corpo di Alvarez, già privo di sensi, disegna una parentesi riflettendosi peraltro con effetto specchio a pelo d’acqua, nella seconda (in campo largo) l’atleta è già affondata a peso morto e si trova con il ginocchio a fondo vasca, nella terza entra in scena Andrea Fuentes, lanciata plasticamente nel salvataggio, nella quarta l’allenatrice si avvicina alla ragazza col braccio teso per attirarne il corpo a sé, nella quinta la abbranca per iniziare la risalita, nella sesta la risalita verticale è pressoché completata, la settima vede allenatrice e atleta con la testa fuori dall’acqua e l’arrivo del bagnino, l’ottava (presa da sotto) descrive la scena in cui Fuentes e il soccorritore riportano a bordo vasca Alvarez per la rianimazione. Ne seguono altri, con la ragazza non ancora rianimata fuori dalla piscina.

Gli scatti, tutti realizzati da Oli Scarff di Afp e distribuiti anche attraverso Getty Images, hanno effettivamente una potenza narrativa enorme: dramma, soccorso, salvezza, ciò che fa la differenza tra la morte e la vita. Con il senno di poi, raccontano una storia finita bene e, allo stesso modo, nel significante dell’allenatrice che soccorre la sua atleta appena accortasi di ciò che sta accadendo, e lo fa nel migliore dei modi, c’è il significato di un’umanità solidale e disinteressata che vuole solo salvare una vita. Inoltre, piuttosto indiscutibilmente, si tratta di scatti che, per il dinamismo dei corpi, per lo scenario e i colori, sono esteticamente meravigliosi.

Tutto bene dunque? Non proprio. Quelle immagini descrivono una potenziale tragedia imminente, ritraggono una persona priva di sensi e di capacità di reazione, un individuo in un momento drammatico, proprio come nel caso di Eriksen un anno fa, ma sull’opportunità di scattare e pubblicare le immagini non si è discusso: mentre la regia della diretta televisiva, come accade in certi casi, essendosi resa conto di quanto stava accadendo, ha spostato le riprese sul pubblico, le testate di tutto il mondo hanno pubblicato le immagini dell’affondamento, del corpo privo di sensi di Alvarez e del soccorso di Fuentes attraverso fotogallery e anche videoricostruzioni, una sorta di pornografia della potenziale tragedia. Del resto le foto sono state scattate (e scattarle è una scelta), mandate in rete dall’agenzia (e anche questa è una scelta), pubblicate (idem). Proprio mentre scriviamo questo articolo, in realtà, ci arriva la newsletter Lo Slalom in cui Angelo Carotenuto, forse l’unico, riprende proprio il tema rapportandolo a un anno fa e ai discorsi che si generarono allora, citando anche le parole di Andrea Fuentes in un’intervista a Giulia Zonca della Stampa, e lì forse c’è tutto: «Certe foto non avrebbero dovuto circolare. Capisco il salvataggio, è scenografico, ma altri scatti sono oltre». Ma anche sul salvataggio qualche domanda sarebbe utile porsela.

I punti di contatto con il caso Eriksen sono tantissimi, ma la sensazione, leggendo qua e là, è che la sensibilità sia diversa, sebbene le parole di Fuentes sottolineino l’impressione iniziale. Discuterne fa sempre bene.

Così come ha senso invece discutere sulle regole di ingaggio dei soccorritori a bordo vasca, quelle sì senza dubbio incomprensibili quando il salvataggio può essere questione di secondi. Ma qui è la Fina a dovere intervenire modificando i protocolli attuali.

Lorenzo Longhi
Emiliano, ha esordito con il primo quotidiano italiano esclusivamente web nel 2001 e, da freelance, ha vestito (e smesso) casacche anche prestigiose. Di milioni di righe che ha scritto a tamburo battente gran parte è irrilevante. Il discorso cambia quando ha potuto concedersi spazi di analisi.