Tackle

Psicologia e cultura del rigore

Tirare un penalty nell'epoca del VAR, tra scaramanzia e big data, furbizie e gioco di squadra: quello del Liverpool in Premier League

di Guglielmo De Feis

Nell’epoca dei Big Data e della loro analisi, oggi, anche nello sport, vengono sottovalutati molti degli aspetti attinenti a psicologia, cultura e norme sociali, tutti invece molto importanti sia in uno spogliatoio che su un campo di calcio. Il calcio di rigore è stato considerato per moltissimi anni come un aspetto esclusivamente psicologico e non tecnico, ma un ruolo molto importante – perlomeno in tutto il calcio latino – è sempre stato comunque esercitato anche dalla superstizione.

Francesco Totti una quindicina di anni fa, dopo aver sbagliato l’ennesimo rigore consecutivo in una partita ufficiale, decise di non doversi allenare nella pratica durante la settimana proprio perché era impossibile, in allenamento, ricreare le medesime condizioni psicologiche della partita. Insomma, le componenti di un calcio di rigore erano casualità, un po’ di psicologia e molta scaramanzia, ma niente tecnica o destrezza da affinare.

Lo scorso anno, durante il Campionato Europeo, il capitano della Nazionale italiana Giorgio Chiellini è stato sorpreso dalle telecamere mentre in più di un’occasione gridava la parola porta sfortuna «Kirikocho» (culturalmente argentina) ai rigoristi avversari, proprio nel momento dell’impatto col pallone.

Per ironia della sorte invece nella stessa competizione, un suo avversario, ovvero l’allenatore della Nazionale inglese, Gareth Southgate – evidentemente non superstizioso ma incline all’innovazione tecnologica – decideva di scegliere ben tre fra i suoi…