focus_1Monografia

Maledetta riconoscenza

È giusto dare una seconda chance a un Commissario tecnico che ha fallito l’obiettivo? La storia azzurra dimostra che spesso finisce male, se non peggio

Vittorio Pozzo, Ferruccio Valcareggi, Enzo Bearzot, Azeglio Vicini, Arrigo Sacchi, Giovanni Trapattoni, Marcello Lippi, Cesare Prandelli e Roberto Mancini. Tutti loro sono stati Ct della Nazionale italiana di calcio, maschile, ma hanno in comune anche un’altra cosa: ognuno di loro ha avuto una seconda possibilità con l’Italia, o tornando a sedersi sulla panchina dopo una pausa, più o meno lunga, o restandoci nonostante il risultato negativo. Stiamo parlando, per la maggior parte, di quegli allenatori che ci hanno regalato le più grandi gioie azzurre, con Pozzo una spanna sopra gli altri avendo conquistato due Mondiali, due coppe internazionali e un oro olimpico, l’unico della nostra storia.

Vittorio Pozzo, diciamolo, abita oramai più l’immaginario collettivo che un posto consono nella storia del calcio azzurro. Lui che è stato dimenticato nel centenario della Figc perché considerato colluso col fascismo, quando la storia è ben altra, lui che resta il Ct più vincente della Nazionale e che su quella panchina si è seduto più volte. La prima nel 1912, poi nel 1924, infine dal 1929 al 1948. Forse l’unico caso nel quale insistere è stato benefico, perché alla sua prima avventura, Giochi Olimpici di Stoccolma l’Italia è eliminata al primo turno, e nella seconda, Giochi Olimpici di Parigi, viene eliminata ai quarti. Nel 1929 è Leandro Arpinati, vice segretario del PNF, podestà di Bologna, sottosegretario agli Interni e presidente della Federcalcio a richiamarlo sulla panchina dell’Italia; scelta sagace e di prospettiva visto quello che riuscirà a vincere e possiamo dire che nelle prime due esperienze aveva avuto modo di vedere l’evoluzione della Nazionale e del movimento azzurro, po…

Francesco Caremani
Aretino, giornalista, comunicatore in ordine sparso. Tutto è iniziato il 19 marzo del 1994 e un giorno finirà, ma non oggi. Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada. Una scommessa dietro l’altra per arrivare fino a qua. Qui è direttore responsabile, ma solo per anzianità.