La vulgata made in Infantino l’ha già più volte definito «il miglior Mondiale di sempre». Ancora meglio di quello di quattro anni fa in Russia, che a sua volta era «il miglior Mondiale di sempre». Più che magnifiche sorti e progressive, è semplicemente l’oste che magnifica il vino della propria cantina, e chi se ne frega se poi è aceto: quello c’è, quello si beve; alziamo i calici. Qatar 2022, tuttavia, deve ancora iniziare ma, a prescindere da qualsiasi altro aspetto, è soprattutto una cosa, la meno scontata di tutte: un Mondiale vecchio.
Vecchio perché ultimo. Rottamando è il format, rottamanda è la scelta organizzativa, rottamati sono coloro che hanno permesso l’assegnazione a suo tempo, rottamanda è probabilmente anche un certo tipo di visione strategica da parte di chi lo ospiterà, e probabilmente già vecchio è anche l’ordine geopolitico che lo ha prodotto. Vecchi, poi, sono alcuni dei giocatori più attesi che lo animeranno, per loro sarà l’ultima possibilità, mentre manca, per esempio, l’uomo del futuro, uno che il Mondiale probabilmente non lo vincerà mai, ma è un delitto che non ci sia.
Con ordine, allora, andiamo punto per punto, sviando laddove si potrà in altre considerazioni, e partiamo allora dal format. Qatar 2022, è risaputo, sarà l’ultimo Mondiale a 32 squadre, e non è cosa da poco: United 2026 di partecipanti ne avrà 48, vale a dire sedici in più che sono poi la metà di quelle iscritte adesso. L’allargamento della platea è considerevole, e lo sarà soprattutto (almeno apparentemente) per le confederazioni che hanno meno spazio, ma come saranno ripartiti i 16 posti ulteriori? A livello organico – e dunque al netto dei due posti ulteriori in palio negli spareggi interconfederali: se li giocheranno sei nazionali, una rispettivamente per AFC, CAF, CONCACAF, CONMEBOL e OFC e una della confederazione del Paese ospitante – la Asian Football Confederation passerà da 5 a 8, la Confédération Africaine de Football salirà a 9 nazionali (ora sono 5), la Confederación sudamericana de Fútbol arriverà a 6 da 4 che sono ora, la Confederation of North, Central America and Caribbean Association Football raddoppierà da 3 a 6, la confederazione europea passerà da 13 a 16 e l’Oceania Football Confederation avrà per la prima volta almeno un posto garantito. Garantito come la rielezione di Infantino al prossimo mandato, perché la rivoluzione darà possibilità di arrivare al Mondiale a un numero di federazioni della periferia dell’impero decisamente superiore, ma non solo: sebbene a una prima occhiata possa sembrare che siano UEFA e CONMEBOL quelle con gli aumenti assoluti e percentuali minori, la realtà racconta che nella confederazione sudamericana (dove le affiliate sono appena 10) difficilmente rimarrà mai più fuori qualche grosso calibro – anche perché poi gli spareggi interconfederali potrebbero fare salire il numero a 7: il 70% delle affiliate – e allo stesso modo l’UEFA avrà garantita la partecipazione di quasi il 30% delle sue affiliate. Per Infantino, una soluzione win-win in termini elettorali.
Ancora a livello di format, l’allargamento influirà chiaramente anche sui gironi: si passerà da 8 gironi da 4 squadre con qualificazione per le prime due (gli ultimi li vedremo in Qatar appunto) a 16 gruppi da tre squadre, con qualificazione solo della prima classificata. Cosa significa questo? Che il numero di partite totali aumenterà, passando dalle 64 dell’attuale format alle 80 del prossimo, eppure nel contempo ogni nazionale giocherà di meno: se i gruppi odierni garantiscono tre partite a ogni squadra, dal 2026 saranno solamente due, e chi arriverà in fondo lo avrà fatto non più disputando 7 gare totali, ma 6. In questo modo si salvano la capra delle tante partite da vendere per i diritti tv e i cavoli di non vuole vedere i calciatori troppo impegnati, nel sottile equilibrismo secondo il quale in effetti le gare saranno molte di più, ma per chi gioca saranno di meno.
Sarà però anche l’ultimo Mondiale ospitato da una sola nazione, quello del Qatar, e qui saltiamo alla seconda rottamazione. Infantino negli ultimi anni ha più volte spiegato la propria visione, quella che vuole privilegiare le candidature congiunte e la co-organizzazione da parte di diversi Paesi. In questo senso la triplice alleanza Stati Uniti-Messico-Canada – oltre a mettere in un angolo, con le sue distanze enormi, il Mondiale disputato in una ristretta area di una nazione delle dimensioni complessive di poco superiori all’Abruzzo – è esemplare, ma ancora di più lo sono a ben guardare le ipotesi di candidatura per il 2030: oggi sono in ballo Argentina-Uruguay-Paraguay-Cile, Spagna-Portogallo-Ucraina e la clamorosa Arabia Saudita-Grecia-Egitto, interconfederale addirittura. Ma il processo è ancora in corso, e non è improbabile che si aggiunga una candidatura dei Paesi del Maghreb, con il Marocco (sempre sconfitto sinora) capofila. Tra l’altro, il presidente della FIFA ha espresso anche un’indicazione secondo la quale dovrebbero passare almeno due Mondiali prima che una confederazione possa aspirare a ospitarne un altro. Questo in teoria toglierebbe di scena l’ipotesi che vede in mezzo anche l’Arabia Saudita, ma nel calcio della FIFA il «mai» di oggi può essere il «sì» di domani, un po’ come pensare che il semaforo rosso non sia un obbligo, ma un consiglio.
Ora, Qatar 2022 sarà anche l’ultimo Mondiale di Blatter. No, non è una provocazione, ma è esattamente il frutto di un’assegnazione contestatissima già a suo tempo, un’assegnazione sulla quale le ombre di corruzione sono diventate poi negli anni certezze. A tempo scadutissimo, Blatter ha poi affermato che assegnare l’edizione al Qatar è stato un «errore», ma si andasse a dare un’occhiata ai nomi che favorirono quell’assegnazione e alle loro rispettive vicissitudini (calcistiche e giudiziarie), ne uscirebbe uno spaccato sconcertante. Dopo tutto non è che le cose nascano nel vuoto e, a livello generale, se oggi il calcio internazionale è quello che è, i motivi vanno ricercati in quello che accadde allora e le cui conseguenze sono visibili adesso. Il Mondiale del Qatar è il frutto appunto più vistoso, ma ciò che è germogliato a livello di club nell’ultimo decennio ha seguito logiche molto simili.
Senza poi addentrarsi troppo in questioni geopolitiche troppo complesse, Qatar 2022 si svolgerà senza la Russia in un contesto sportivo che ha riscoperto le sanzioni, mentre nei prossimi anni sarà necessario fare riferimento a una situazione comunque mutata. Dopo avere visto Paesi autocratici diventare veri e propri hub dei grandi eventi sportivi (Russia, Cina, Qatar), il prossimo ciclo sarà più occidentale, dal Mondiale nord-centroamericano alle Olimpiadi (Parigi 2024, Milano-Cortina 2026, Los Angeles 2028), ed è possibile immaginare anche una diversa geografia da parte di foraggiatori e sponsor a vario titolo. La guerra in Ucraina ha messo anche la FIFA al cospetto di qualcosa non certo di nuovo, ma sicuramente di inatteso, costringendo lo sport, che non è un mondo a parte, a una serie di valutazioni inattese e gravi. Perché, comunque, il potere di legittimazione che lo sport e il calcio hanno avuto nei confronti di certi regimi deve – dovrebbe – necessariamente portare a una seria autocritica e a un cambio di visione.
Infine, sul campo, in tanti hanno rilevato, a ragione, che Qatar 2022 sarà l’ultima occasione mondiale per i due fuoriclasse che hanno caratterizzato il secolo attuale, il 35enne Leo Messi e il 37enne Cristiano Ronaldo. Ultimo Mondiale anche per Karim Benzema, per Angel Di Maria, per Luka Modric, per Thomas Muller. Sono 14 degli ultimi Palloni d’Oro, e anche coloro di questi che non l’hanno vinto hanno lasciato il segno sia a livello di nazionale (Muller ha vinto da protagonista il Mondiale in Brasile) che di club. Bene: loro al Mondiale del Qatar ci sono, loro e tanti altri, ma al «miglior Mondiale di sempre» manca quello che è considerato il miglior attaccante del mondo in questo momento, vale a dire Erling Haaland, che sconta il suo essere norvegese (e avere scelto la Norvegia, non l’Inghilterra, dove pure è nato) e la Norvegia in Qatar non c’è. Dicono, all’interno della federazione, che se si fossero qualificati non sarebbero andati, ma questo è un altro discorso e il caso non si pone. Tuttavia niente Haaland a Qatar 2022. Ma è un “vecchio” Mondiale a 32 squadre. Nel nuovo Mondiale, quello a 48, le possibilità di vederlo aumentano di parecchio. E allora, quello sì, sarà il «miglior Mondiale di sempre». E, anche se così non fosse, Infantino lo direbbe ugualmente.










