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Ma il CIO ha fatto anche cose buone

Un'istituzione che si evolve: dalla flessibilità per le città olimpiche alla questione femminile, lo sguardo di Losanna appare a lungo termine

di Nicola Sbetti

Sarà forse perché veniamo da un Mondiale di calcio maschile in Qatar gestito in maniera ipocrita inseguendo il profitto a tutti i costi, ma se lo paragoniamo alla FIFA di Infantino, il CIO di Bach appare un faro nel complesso e sfaccettato mondo dello sport internazionale.

Chi ha letto Giochi di potere o mi segue anche al di fuori di questa rubrica mensile su The Sport Light sa bene che non mi si può certo incasellare fra gli apologeti del movimento olimpico, però bisogna dare atto al Comitato Olimpico Internazionale di aver saputo sviluppare, in particolare dopo lo scandalo corruzione legato all’assegnazione delle Olimpiadi inverali del 2002, una certa capacità di mettersi in discussione.

Pur non essendo certo esente da critiche, negli ultimi anni il CIO è sembrato essere capace di evolversi e adattarsi ai cambiamenti della società in maniera meno rigida che in passato, quando il dogmatismo e il conservatorismo di alcuni presidenti (Avery Brundage su tutti) aveva rischiato di compromettere il futuro stesso delle Olimpiadi.

Per esempio, a fronte della crisi del modello di città olimpica che si era affermato con Barcellona 1992, il CIO ha proposto l’Agenda 2020. Un modo con cui, introducendo maggiore flessibilità, si viene maggiormente incontro alla esigenze della città (e del paese) organizzatore. Anche se va detto che l’applicazione della stessa è stata rallentata dalla pandemia di Covid-19, dopo un periodo di profonda crisi organizzare i Giochi (quantomeno quelli estivi) sembra essere tornato attrattivo anche per le democrazie occidentali, visto che le prossime edizioni si svolgeranno a Parigi (2024), Los Angeles (2028) e Brisbane (2032).

Anche rispetto alla questione di genere il CIO sta dimostrando una certa sensibilità: provando a raggiungere una piena uguaglianza nelle competizioni maschili e femminili e imponendo ai comitati olimpici nazionali la presenza di atlete pena la non partecipazione ai Giochi. Ha cominciato inoltre a promuovere le competizioni miste e, seppur lentamente, ha imposto a se stesso e ai comitati olimpici nazionali una road map per aumentare la presenza femminile nella dirigenza. Persino su una tematica complessa e conflittuale come quella dell’accesso e dell’inclusione allo sport delle atlete transessuali si segnalano aperture interessanti, o quantomeno un’attenzione al tema.

Al contrario della FIFA, il cui sguardo appare estremamente orientato al breve termine, a Losanna sembrano aver ormai sviluppato una capacità di guardare al lungo periodo. In questo senso l’estremamente prudente apertura del CIO agli atleti russi non apertamente schierati in favore di Putin di cui abbiamo già scritto il mese scorso appare particolarmente significativa.

Tacciata come un favore a Putin da parte della stampa filo-ucraina, la proposta del CIO sembra invece avere un interessante largo respiro. Per Losanna la priorità assoluta è quella di non spezzare l’unità dello sport internazionale, impresa particolarmente ardua nell’attuale clima politico. Se l’attuale sostanziale esclusione dei russi, priva l’arena olimpica della sua universalità, non c’è dubbio che un’acritica riammissione della Russia provocherebbe una comprensibile e legittima reazione non solo negli atleti e dirigenti ucraini, ma anche in quelli della gran parte dei paesi che stanno sostenendo gli sforzi di Kiev, con la conseguenza di spezzare in maniera ancora più significativa l’unità del mondo dello sport.

Riflettere su come non discriminare quegli atleti russi che non hanno violato i principi della carta olimpica è quindi un modo con cui il CIO, lasciando da parte le immediate contingenze belliche, sta preparando il terreno per il dopoguerra quando le pacifiche arene sportive potranno fungere da palcoscenico per un’auspicabile riconciliazione. È soprattutto però un modo per far sì che, nei limiti del possibile, e tenendo conto dell’evoluzione dei rapporti di forza fra le potenze mondiali, lo sport internazionale resti un terreno di incontro neutrale ed universale fra gli atleti di tutto il mondo.

Fra le molteplici ragioni per cui il CIO appare in grado di sviluppare approcci più complessi rispetto a quanto sia capace di fare la FIFA, riuscendo quindi a mantenere il ruolo di guida morale dello sport internazionale, una in particolare mi sembra degna di riflessione.

Sempre di più negli uffici e nei centri studi delle federazioni internazionali troviamo esperti di diritto, economia e marketing. Del resto è proprio in quella direzione che si sono strutturati i principali master pensati per formare i dirigenti del futuro. Il CIO, invece, è una delle poche istituzioni sportive che investe anche in risorse umane specializzate in materie umanistiche e coltiva grazie al suo dinamico centro studi una certa apertura al mondo accademico non riscontrabile altrove. Che sia proprio questo l’ingrediente segreto degli eredi di De Coubertin?


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Nicola Sbetti insegna all’Università di Bologna. Si occupa di storia dello sport e del rapporto fra sport e politica. Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport.