focus_1Monografia

Luci e ombre della Süper Lig turca

Dalle vittorie europee dei primi anni Duemila all’indebitamento selvaggio. Tutto sotto lo sguardo del governo e di una politica da bastone e carota a seconda delle convenienze

La Süper Lig turca era stata definita un movimento pronto a esplodere ma con la miccia corta. Un campionato che dal 2000 al 2015 ha visto crescere il volume d’affari da 150 a 700 milioni di euro, di pari passo con l’economia turca che nel frattempo diventava la settima in Europa e la diciottesima nel mondo; un’economia trascinata da grandi investimenti in trasporti e costruzioni – anche di nuovi stadi –, che hanno ridisegnato soprattutto Istanbul, con processi di gentrificazione e urbanizzazione selvaggia, i quali hanno scardinato il tessuto sociale di interi quartieri: ricostruire per ridisegnare la società e controllarla. Un’economia che ha subito il contraccolpo della pandemia e che adesso è in difficoltà, tra svalutazione della moneta e disoccupazione.

Dopo la conquista di Coppa Uefa e Supercoppa Europea (entrambe nel 2000) da parte del Galatasaray, da una parte, e terzo posto della nazionale al Mondiale del 2002, dall’altra, il calcio turco è cresciuto internamente senza, però, uno sbocco internazionale. La crescita è stata indotta da una pressione fiscale sui club bassa (15%), investimenti di importanti sponsor vicini al governo di Recep Tayyip Erdogan e all’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), stadi quasi sempre pieni grazie alla sfrenata passione dei tifosi e un accordo sui diritti televisivi (2017-2022) che incrementava gli introiti del 65 per cento; diritti comprati da Digiturk, piattaforma pay nel giro di beIN SPORTS, che con 590 milioni di dollari ha battuto la concorrenza.

Francesco Caremani
Aretino, giornalista, comunicatore in ordine sparso. Tutto è iniziato il 19 marzo del 1994 e un giorno finirà, ma non oggi. Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada. Qui è direttore responsabile, ma solo per anzianità.